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Nome Arte Fiera Bologna 2009
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Partecipanti Maria Thereza Alves, Jimmie Durham
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Curatore RAM radioartemobile
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Data 23 gennaio 2009 - 26 gennaio 2009
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Location Arte Fiera Bologna - Padiglione 18  - Stand C24

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Immagini

jimmie durham (1)

RAM radioartemobile at Arte Fiera di Bologna 2009 with an special project by MARIA THEREZA ALVES & JIMMIE DURHAM
Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



alves (1)

RAM radioartemobile at Arte Fiera di Bologna 2009 with an special project by MARIA THEREZA ALVES & JIMMIE DURHAM
Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



alves (4)

RAM radioartemobile at Arte Fiera di Bologna 2009 with an special project by MARIA THEREZA ALVES & JIMMIE DURHAM
Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



alves (5)

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January 2009



alves (7)

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Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



alves (2)

RAM radioartemobile at Arte Fiera di Bologna 2009 with an special project by MARIA THEREZA ALVES & JIMMIE DURHAM
Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



alves

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Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



alves (6)

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Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



alves (3)

RAM radioartemobile at Arte Fiera di Bologna 2009 with an special project by MARIA THEREZA ALVES & JIMMIE DURHAM
Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



jimmie durham

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Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



MARIA THEREZA ALVES

RAM radioartemobile at Arte Fiera di Bologna 2009 with an special project by MARIA THEREZA ALVES & JIMMIE DURHAM
Pavilion 18 - Stand C24
January 2009



ARTEFIERA

Descrizione

RAM radioartemobile Arte Fiera Bologna

Padiglione 18  - Stand C24

progetto speciale di

Maria Thereza Alves

Jimmie Durham



Suoni:
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Text Di comune accordo (Maria Thereza e Jimmie) di Daniele Pieroni: L'antefatto. Una sera d'autunno, non sospinto da alcuna finalità che non fosse quella di conoscere, ho visto i "fiori" di Maria Thereza. Li ho osservati, uno ad uno, che riposavano quieti su grandi fogli di carta di riso. Sfogliandoli, si produceva l'unico rumore, peraltro assai sottile, nel regno silente dello studio di San Lorenzo. Io avevo scritto già numerose poesie intitolate a fiori diversi. Maria Thereza ne era al corrente ma ciò non apponeva alcun determinismo alla nostra azione. Capii subito che la prospettiva differiva dalla mia: i fiori di Maria Thereza recavano precise origini geografiche, come se l'accidentalità d'esser stati rappresentati in Cina piuttosto che in Messico, rientrasse nella loro costituzione botanica. Credo che l'amica abbia voluto ipostatizzare il momento e l'occasione del disegno, anche solo perché non andasse perduta la loro storicità. Ed in effetti, come per altre creazioni, i "fiori" dell' Alves sono fiori politici, che abitano un mondo fatto di paesi, di terre identificate; fiori che dialogano con il mondo, che lo serbano, testimoniandolo. Ho ravvisato in essi un'attitudine all'amicizia, alla socievolezza. A tal proposito, non stupisce che la parola inglese per "boccio" sia "bud" che in americano familiare sta per "amico". Se penso poi ad un altro vocabolo per esprimere fiore in inglese, "bloom", vado subito al protagonista di quell'esemplare odissea politica (perché appunto situata in una città: Dublino) che è l'Ulysses di Joyce. I "fiori" di Maria Thereza sembrano così aver camminato a lungo e non solo per aver progredito ad una semina. Sono stati atomi di un viaggio particellare che oggi compongono una materia visibile sotto i nostri comuni occhi: si sono promessi, come deve essere, giacché ogni fiore è in fondo una promessa di vita, di continuità, di amicizia e cordialità. Chi dietro di noi Uno scrittore di Montréal, parlandomi in una lettera recente del suo passato, mi ha rivelato d'aver scoperto di possedere delle origini Mohawk. Questo lo ha non soltanto turbato ma gettato in una vorticosa ricerca dei suoi antenati. Ne sono conseguite numerose stranezze del caso ma soprattutto è mutata la sua cognizione del tempo. Ed è vero, in definitiva per gli Amerindi il tempo ha un valore diverso, se si pensa che noi tutti per essi siamo l'incarnazione di nostri rispettivi antenati. Dunque un tempo circolare, con il ritorno dell'antico e la reviviscenza dell'anima di chi ci ha preceduto. Desumo che per i Cherokee, la cosa non cambi. Ma vorrei chiedere conferma di ciò a Jimmie Durham. Quando lo osservo, nella sua placida espressione e negli occhi trasparenti, vi leggo storie annidate nel tempo, leggende, generazioni. Jimmie mi sembra una persona dotata di un tatto speciale: capacità di abitare lo spazio con tocco leggero, di espanderlo con pochi gesti della mano e reinventare le misure. Non riesco ad immaginarlo sperduto: credo possegga uno straordinario senso dell'orientamento. Nell'orizzontalità della mobilità terrestre e nella vertigine della dimensione temporale. Mi piacerebbe che Jimmie compisse un viaggio speciale, non assoggettato alle comuni leggi vigenti. Che incontrasse Pasolini e i poeti di Officina, che a Bologna fecero di questa rivista il perno di un rinnovamento della letteratura italiana. Perché, essendo a quel tempo Pasolini un rabdomante delle fioriture linguistiche nazionali, sarebbe assai interessante vedere i due (Jimmie e Pasolini) confrontare fonemi e idiomi, nel nome della tolleranza universale e del rispetto della diversità. Chissà, per uno Cherokee e uno scrittore corsaro, non pare un'eventualità così improbabile…

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